27 settembre 2000  

Circa un anno e mezzo fa, ero a cena con un mio amico.
A un certo punto mi dice:
"Ho scritto dei racconti, ti andrebbe di leggerli?"
"Certo", gli rispondo. "Ma ti farò una lettura seria, approfondita. Per cui, magari, aspettati anche delle critiche. D’accordo?"
"D’accordo."
Bisognava essere sicuri di sé per accettare la sfida — perché soltanto chi è davvero sicuro di sé può accettare di buon grado l’eventualità di una critica — e Alessando l’ha accettata. Mi dà il suo manoscritto.
Dopo due mesi ci rincontriamo. Parliamo del suo lavoro, approfonditamente, seriamente. Lo mettiamo in discussione, lui ci rimette le mani — e so bene quanto dev’essere stato faticoso — lo rileggiamo e…
… e viene pubblicato!

Lui è Alessandro Canale, il suo libro si intitola Razza canara, Fernandel, 1999, ed è stato così gentile da scrivere per la nostra Scuola di Scrittura qualche riga in cui ricorda la nostra collaborazione.

Immaginate. Catena del Karakhorum. Massiccio del Pursei Dandur. Attacco agli 8062 della cima Targha. Appesi ad una parete che sembra di fòrmica, ci siete voi. Soli come cani. Che da mesi vi state faticosamente tirando su con le unghie. Senza ossigeno, con la piccozza spuntata e la punta del naso incancrenita dal freddo. Il tutto per mettere il piede su quella insicura, tagliente lama di roccia, sopra la quale c’è solo l’infinito azzurrognolo della cazzosichiamasfera. Ma ora ci siete. Una mano, poi l’altra. Il piede su quello spuntone lì per l’ultimo appoggio. Issa. Cazzo, fatto. Distesi sulla roccia a faccia in giù, ve ne rimanete carponi con la lingua sui sassi a pregustare il plauso dell’universo. Ma… di chi sono quei mocassini nappati all’altezza del vostro sopracciglio? A chi appartengono le gambe conseguenti? Alzate lo sguardo increduli e schiacciati a terra come un mediomassimo centrato, vi ritrovate addosso il sorriso pietoso di un tizio dall’aria di sufficienza.
" Eh caro mio… la stoffa ci sarebbe pure… ma per diventare scalatore ne devi fare di strada…"
"Ne devo fare?! Ma dico… sei scemo? Ho appena scalato 8000.."
"800 vorrai dire ma secondo me molto molto meno… sai che ci vuole… ogni domenica lo fanno in diecimila senza neanche tutto ‘sto fiatone…"
"Ma scusa, non siamo sulla vetta del Targha? Massiccio del Pursei Dandur, catena del Karakhorum?"
"Vedi che sei un deficiente? Qui siamo alla montagnetta di San Siro, zona Lampugnano, periferia nord ovest di Milano. Riparti da zero. Chiarisciti i concetti, pulisci le concatenazioni, taglia i periodi. Vedrai che la prossima volta salirai più in alto. E cura di più la punteggiatura."
Un sadico maledetto? No, un editor. Un professionista esperto il cui compito è in primo luogo quello di mettere l’aspirante scrittore davanti alla realtà. La dura, dolorosa, spietata realtà. Ed in seconda battuta quello di aiutarlo concretamente a migliorarsi. A questo punto però, le possibilità che uno scrittore incontra sono due. O vi trovate davanti un editor tipo sergente dei Marines — come credo che sia stato Gordon Lynch per Raymond Carver — o trovate Andrea Di Gregorio, come nel mio modestissimo caso. Il primo vuole, anzi pretende, di tirar fuori da voi il grande scrittore interplanetario. Ma facendolo con la stessa attitudine con la quale sturerebbe un wc, si schifa di quello che nella maggior parte dei casi si ritrova in mano. Andrea invece vuol tirare fuori da voi solo un buon racconto, un romanzo che possa essere definito tale, un risultato di scrittura intelligente, credibile, adeguato. Il tutto lavorando con l’autore, seguendolo, consigliandolo. E soprattutto non snobbando mai i suoi tentativi. Più o meno come un costruttore di wc in ceramica che non smette mai di lavorare sulle rotondità, sulle forme e sulle sostanze. A me Andrea ha fatto bene. Anzi più che a me ha fatto molto bene al mio libro. Senza di lui sarebbe ancora in un cassetto. E io sarei ancora lì, inchiodato alla parete tibetana della montagnetta di San Siro.

Alessandro Canale


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